Soglia: pensieri di bene per il primo giorno di scuola

soglia

Settembre ha mani d’estate,
un odore di carta nuova
nelle tasche del mattino,
una luce rada sui banchi
che cade come polvere d’oro. E tu siedi,
col cuore ancora chiuso
nella sua custodia d’ombra. Fuori,
un mondo di mille porte. Dentro,
una. Aprila. Non c’è il tuo nome
sulla prima pagina. Le pagine bianche
non sono vuote: sono neve prima dell’orma,
mare prima della barca,
notte prima della costellazione.

Il libro aperto
è una finestra che pensa. La tua parola
può diventare seme,
l’immagine una ferita. Una domanda
può scavare nella pietra
fino a trovare acqua. Imparerai così
la geografia dell’invisibile: il punto in cui
un dubbio diventa pensiero, quello in cui il pensiero
si fa desiderio, quello in cui il desiderio
trova una strada.

E intanto,
accanto a te,
un’altra vita respira: un gomito sul banco,
una matita tra le dita,
un sorriso trattenuto. Gli occhi si incontrano
prima delle parole. È lì che comincia
la difficile arte
di diventare umani: capire che l’altro
non è il confine di te stesso, ma una finestra
attraverso cui puoi vederti.

Ci saranno risate
con il sapore del pane, silenzi
più profondi delle campane, amicizie nate
da una penna prestata, un nome
che all’improvviso
farà tremare l’alfabeto. E l’amore verrà
con le sue mani inesperte e metterà luce
dove avevi creduto
ci fosse paura. Non chiuderlo fuori.

Anche il cuore ha bisogno di studiare
la propria grammatica. Poi verranno i numeri,
le date,
le formule,
la materia ostinata delle cose, e tu scoprirai
che conoscere
non significa possedere: significa entrare.

Entrare nella storia
come in una casa antica, nel corpo umano
come in una cattedrale, nel cielo
come in un’enorme domanda. E forse,
quando avrai consumato
molte matite e molte incertezze, tra una riga e l’altra
sentirai fiorire
un silenzio più grande. Un silenzio
che non chiede
di essere spiegato, un mistero
che non ha fretta
di diventare risposta. Cercalo. Non soltanto
nelle cose che sai, ma nel tremore
della domanda, nella bellezza
che non si lascia spiegare, nel volto dell’altro
che per un istante
ti restituisce il tuo.

La scuola è questa: una stanza
dove il mondo entra
senza aver finito di essere mondo e tu
senza aver finito di essere tu. Un cantiere di luci,
una fucina di possibilità, un luogo dove l’errore
non è una macchia, ma il segno
che la mano sta imparando.

Perciò non avere fretta
di sapere chi sei. Le querce non conoscono
la propria ombra quando sono semi.

Cresci. Sbaglia. Cerca. Lascia qualche porta aperta
dentro di te. Un giorno da quelle porte
entrerà il futuro e avrà il rumore
di una campanella,
l’odore dell’autunno,
la luce inclinata sopra un banco,
un libro lasciato aperto,
una voce che ti chiama,
un volto che sorride. E capirai
che non stavi riempiendo il tempo. Stavi costruendo
la tua forma, domanda dopo domanda, incontro dopo incontro,
finché la tua vita avrà cominciato
a somigliarti.

(testo: "Soglia", antico dono della prof.ssa Elena Manni)

(immagine: particolare dell'allestimento realizzato dalla prof.ssa Luisa Chisu)